Giornata internazionale contro la violenza sulle donne:
Centro Antiviolenza del Polesine
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Buongiorno a tutti e grazie per l'invito. Il 25 novembre guardo sempre anch'io i dati nazionali e guardo anche la reazione della politica, e vedevo che tutti si interrogavano, il Presidente della Camera Fico e anche la Senatrice Casellati, si interrogavano su cosa dobbiamo fare e cosa possiamo fare per far sì che questo fenomeno, che è un fenomeno non emergenziale ma strutturale, possa essere combattuto.
Io dico la prima cosa da fare, e non la dico per presunzione, ma ve la dico perché è importante parlare con le persone che toccano con mano e che in qualche maniera sanno bene di cosa stiamo parlando, perché ogni giorno incontrano queste persone e nonostante tutto, nonostante gli anni che ho passato al Centro Antiviolenza, ancora ho dubbi, ancora devo capire bene cose nuove, perché è un fenomeno culturale; la cultura chiaramente evolve, le situazioni non sono semplici, i dati sono significativi ma bisogna leggerli, e bisogna sempre capire che c'è un sommerso importante.
Quindi dico grazie alla politica di Rovigo perché ha chiamato un operatore, e quindi ha già in qualche modo fatto un passo secondo me competente ed importante, indipendentemente dal fatto che l'operatore sia io, ma è per spiegarvi questa cosa, perché è importante una legittimazione istituzionale delle professionalità che lavorano in questo campo, perché è chiaro che tutti siamo legittimati a parlare, ma è anche chiaro che è una questione anche tecnica e richiede un certo tipo di analisi che è data anche un po’ dall'esperienza che in qualche modo si fa sul campo.
Vado al concreto. Sappiate che qua ci sono dei libretti sui nostri dati, se qualcuno li volesse, Sappiate che, se avete dei dubbi su qualsiasi dato, perché non sono semplicissimi da leggere, ma quindi vanno un po’ interpretati, noi ci siamo il 26, il 27 e tutti gli altri giorni, e siamo a disposizione di chiunque abbia dubbi o voglia chiederci come procediamo, cosa facciamo, che risorse abbiamo e tutte le domande che riterrete legittime farci.
Questi sono i dati dell'ultimo anno, quindi il quadro è quello che va dal 1° novembre 2020 al 31 ottobre 2021: le donne che si sono rivolte al Centro Antiviolenza del Polesine, che voi sapete ha tre sedi, una a Rovigo, una Lendinara e una ad Adria, però il grosso, infatti vedrete più avanti che il grosso, oltre il 60,47% si è rivolta allo sportello di Rovigo. Chiaramente è una questione un po’ di popolazione e un po’ anche di tempo in cui questo Centro è sul territorio di Rovigo.
Quindi anche questo è importante da dire. Vi dicevo 86 donne. Già il dato sotto ve lo devo spiegare perché di queste 86 donne, 50 donne sono in carico.
Cosa significa sono in carico?
Significa che stanno facendo dei percorsi di fuoriuscita dalla situazione di violenza o comunque di sostegno e di aiuto ad una presa di consapevolezza o comunque ad un sostegno per uscire dalla situazione di violenza, quindi usufruiscono della consulenza legale, dei sostegni psicologici, dell'aiuto sociale, perché anche i percorsi di sostegno sociale sono fondamentali, perché chiaramente spesso non hanno gli strumenti anche di autonomia economica per uscire dalla situazione; 36 donne sono state prese in carico per periodi brevi, nel senso che hanno fatto dei percorsi che si sono conclusi o per volontà loro, o perché anche la situazione in qualche maniera si è in qualche modo risolta, perché era una situazione magari che aveva delle problematiche specifiche che si sono risolte, e quindi queste donne sono state prese in carico ma attualmente non sono in carico, nel senso che sono state sganciate.
Il 24 che vedete sotto sono le utenti in carico dagli anni precedenti.
Ci sono percorsi che superano l'anno, cioè nel senso che queste donne comunque vengono monitorate e tornano periodicamente perché sono situazioni talmente difficili; voi dovete pensare che il reinserimento sociale di donne che escono da una situazione di violenza è molto ma molto complesso, perché raggiungere un'autonomia abitativa economica e di conciliazione scuola-lavoro per donne che rimangono in una condizione sola con dei bambini, una volta uscite dal pericolo e dalla situazione emergenziale, rimane comunque un problema molto grosso.
Quindi io vi dico, per non tediarvi con gli altri dati che sicuramente potete guardare, e se avete poi delle domande mi potete porre, io passerei alla questione emergenziale, ovvero l'accoglienza in emergenza, che è il punto focale e il punto che in qualche maniera ci tocca con più frequenza e con grande difficoltà, perché operare in emergenza non è mai semplice, soprattutto in casi di questo tipo.
Ed è proprio il vulnus che sempre si nomina perché, si dice “Non si interviene mai in tempo; c’è un gap tra più la denuncia e l'eventuale poi percorso”, e quindi diciamo che l'accoglienza in emergenza è il punto più difficile da capire. Noi quest'anno abbiamo messo in protezione 16 donne. Cosa significa che abbiamo messo in protezione 16 donne?
Significa che queste 16 donne, dieci di queste si sono rivolte alle Forze dell’Ordine e la chiamata l'abbiamo ricevuta direttamente dalle Forze dell’Ordine, in un caso pronto soccorso e Forze dell’Ordine; poi abbiamo i servizi sociali, oppure la donna in autonomia che si sono rivolte appunto ai soggetti che vi ho menzionato e hanno detto “Io a casa non ci torno perché ho paura che mi succeda qualcosa di grave e quindi io là non ci voglio più tornare”. Cosa succede? Bisogna trovare una soluzione adesso per adesso.
Vi spiego una differenza fondamentale tra la messa in protezione in emergenza e il percorso poi che può avvenire nella Casa Rifugio, perché il Centro Antiviolenza del Polesine ha anche una Casa Rifugio, ma in emergenza senza conoscere la storia, la situazione fino in fondo di questa donna, senza aver mai fatto un colloquio approfondito, averlo potuto condividere in equipe, non posso bruciare la Casa Rifugio o ritenerla anche idonea, quando magari idonea non è.
Se si fa una scelta sbagliata, e gli errori si possono fare chiaramente perché le incognite sono tante, rischiamo la vita della persona. Quindi noi dobbiamo fare una valutazione del rischio prima di capire qual è il percorso di messa in protezione più adatto per questa donna. Intanto però dobbiamo tamponare: la donna a casa non ci può andare.
Quindi vi dicevo 16 donne hanno chiesto di essere accolte. Come funzionano le spese di accoglienza, visto che sicuramente è un punto che vi interessa. Noi abbiamo un piccolo fondo di emergenza che utilizziamo nei primi giorni, che utilizziamo quando i Comuni di residenza magari intervengono successivamente o ad un certo punto non hanno più fondi e quindi non riescono più o non vogliono più contribuire alla spesa, perché le spese di accoglienza sono a carico dei Comuni di residenza.
Per queste donne sono stati spesi all'incirca 24.000 euro per le spese di accoglienza, inclusi 4.000 euro del nostro fondo. Quindi i rimanenti 20.000 euro sono stati dati dai Comuni di residenza, con grande fatica e con grande attività da parte nostra anche di mediazione, di collaborazione, di UVMD e via discorrendo, perché non è chiaramente semplice, me ne rendo conto. Il problema è che qua stiamo parlando della vita delle persone, quindi non si può transigere su questa cosa.
Le spese per l'accoglienza vanno da beni di prima necessità: le donne a volte escono di casa e non hanno niente, cioè hanno dei bambini che non hanno le scarpe, e siamo in inverno; non hanno da mangiare, quindi è molto complessa la questione. Di queste 16 donne, 13 sono state sistemate in struttura comunitaria. La struttura comunitaria chiaramente ha un costo ed è anche molto difficile trovarla sul territorio e anche fuori dal territorio.
Molto spesso il percorso iniziale è di una tale difficoltà e di una tale fragilità: la donna può avere anche delle lesioni fisiche o essere psicologicamente incapace nella prima fase di gestire la situazione, che chiaramente il sostegno comunitario può essere un appoggio non solo dal punto di vista della sicurezza, perché so che non è sola là e ha la possibilità di avere una barriera, un filtro nell'eventualità che il maltrattante potesse averla intercettata e la volesse raggiungere, ma anche perché nella prima fase ha bisogno di essere sostenuta.
Quindi la maggior parte ha avuto una collocazione comunitaria. Due sono state collocate in strutture alberghiere o pseudo alberghiere.
In alcuni casi la comunità era al completo, quindi abbiamo optato prima per la struttura alberghiera e poi per il trasferimento, e in alcuni casi accogliamo anche casi che vengono ad altri Centri Antiviolenza per una serie di motivi che sono facilmente intuibili, nel senso che a volte la donna deve essere spostata di territorio, di Provincia, perché il soggetto è un soggetto che magari ha una rete talmente delinquenziale o ha degli strumenti di pericolosità tali, per cui è necessario, per avere un minimo di sicurezza, doverla spostare di territorio.
Io vi dico un'altra cosa, perché se no vi tedio troppo, e vi dico che sono a vostra disposizione per qualsiasi altra domanda vi venga, ma anche nei prossimi giorni, perché il dialogo e la collaborazione su questi temi sono fondamentali, ma anche per noi: è un conforto anche per noi se ci chiedete qualcosa, perché intanto l'interesse chiaramente è sempre una cosa che ci conforta, ma è anche bello che nel momento in cui ci si scambiano delle competenze e delle informazioni, si crei poi una rete più competente, perché anche voi fate parte della rete territoriale, cioè la rete territoriale è formata in primis dalle Istituzioni.
Quindi più un’Istituzione è competente e conosce gli strumenti che ha sul territorio, e più questa rete può funzionare. Quindi non disturbate mai e anzi, mi fate un cuore grande se ci chiamate. Vi dicevo, il problema dell'emergenza non finisce lì.
Poi la donna deve essere reinserita socialmente e di lì nascono i percorsi di fuoriuscita che, se è difficile il finanziamento della messa in protezione, è altrettanto complicata la questione autonomia, perché molto spesso, poi voi guarderete i dati e vedrete quante di queste donne hanno un lavoro, quante non ce l'hanno e che situazione hanno.
Molto spesso la donna deve ricostruire tutto, dall’abitazione, al lavoro, alla scuola per i bambini, alla conciliazione tra il suo nuovo eventualmente lavoro - ed è già una fortuna - e chi le accudisca i bambini, perché un dato che non vi ho dato è che delle donne che abbiamo messo in protezione, 12 di queste 16 hanno figli, e 7 avevano i figli in protezione con loro.
Quindi è molto complicato mettere dei bambini in protezione con la mamma, anche perché la messa in protezione ha delle regole piuttosto cogenti, cioè i bambini sono stati a casa da scuola perché il papà li può andare a prendere a scuola. Ci sono molte complicazioni, come potete intuire. Allora vi dicevo i percorsi per l'autonomia della donna.
Ci sono da un paio d'anni dei fondi regionali che sono stati stanziati appunto dalla Regione; non sono strutturali, nel senso che li ha stanziati per la prima volta un anno fa e poi ha rinnovato lo stanziamento, ma non è detto che il prossimo anno ci siano. Però questi fondi sono suddivisi per la Casa Rifugio e per il Centro Antiviolenza. Cosa significa questo?
Significa che quando la donna esce dalla Casa Rifugio, perché dalla Casa Rifugio deve uscire prima o poi, ha bisogno di avere una garanzia per l'affitto, per l'acquisto degli arredamenti necessari minimi, le bollette, mille problematiche legate a questa cosa, quindi bisogno di autonomia abitativa. La formazione lavorativa, stage, borse lavoro, corso di italiano, ma anche patente, assicurazione, bollo, cioè a molte donne abbiamo pagato quello, perché come fa ad andare al lavoro se non ha la possibilità di spostarsi?
Quindi dovete pensare che ogni caso fa storia a sé. Adesso mi piacerebbe tanto aprirvi dei cassetti e dirvi “Guardate, qui c'è questo, qui c'è questo e qui c'è questo”. Purtroppo non è così: ogni donna ha la sua storia.
Sono storie molto difficili e complicate. A volte hanno dovuto lasciare il lavoro che avevano perché quel lavoro era raggiungibile o a quel lavoro andava anche il maltrattante, quindi non è per niente semplice spiegarvi il percorso che facciamo con ciascuna donna, perché ogni percorso è diverso dall'altro. Però vi può risultare molto semplice pensare cosa significa ricominciare da capo una vita senza avere nulla.
Quindi quello penso sia un pensiero che possiamo tutti fare e pensare a quanto complicato è. Sempre con questi fondi, che sono 15.000 euro all'incirca, poi Erika magari mi correggerà perché io al Centro Antiviolenza faccio l’Avvocato e di conti me ne intendo molto poco, però mi sono fatta dare questi dati perché immagino che vi interessino e che siano per voi significativi, e 15.000 euro per il Centro Antiviolenza.
Significa che anche le donne che non sono state messe in protezione, ma che si sono rivolte al Centro Antiviolenza, e magari si sono spostate o si erano già spostate in autonomia, perché noi abbiamo anche donne che magari si sono già spostate e, nel momento in cui si spostano e si separano, inizia un problema grande di maltrattamento, di stalking, di violenza da parte dell'ex marito o dell'ex fidanzato, che smette di pagare l'assegno, che in qualche maniera le ha lasciato magari anche delle pendenze intestate a lei che non sa come fronteggiare.
Quindi altrettanto questa donna, anche se non è stata messa in protezione, ha bisogno comunque di strumenti per raggiungere l'autonomia. Quindi i percorsi di autonomia sono per entrambe le donne. Chiaramente vanno valutati perché non è che le risorse sono infinite.
Vi dicevo c'è un'autonomia abitativa, una formazione lavoro, e poi un'area sociale, dove ci sono le spese conciliazione casa-lavoro: baby sitter, scuola, doposcuola, permesso di soggiorno: donne che gli scade il permesso di soggiorno perché non hanno i soldi per poterlo rinnovare, spese di trasporto per il lavoro.
Quindi sono molteplici gli aiuti di cui hanno bisogno queste donne per questi percorsi, e tra l'altro questi percorsi vanno in qualche maniera concordati anche con gli altri servizi con cui collaboriamo, e vi dico che sono percorsi molto complessi e la rete territoriale è quella che in qualche maniera cerchiamo di sollecitare: siamo in contatto con Zico, con cui abbiamo anche collaborato per stage o cose di questo tipo; corsi di italiano, molte donne non sanno l'italiano, l'inserimento lavorativo di una donna che non sa una parola d italiano è molto complesso, quindi abbiamo fatto dei corsi di italiano tramite la Caritas; e poi l’Ufficio Provinciale del Lavoro chiaramente.
Vi dico che se ci mettessimo a tavolino e io vi spiegassi per ognuna di queste 16 donne, troveremmo 16 percorsi diversi. A me piacerebbe che fosse un po’ chiaro il meccanismo di quelli che sono i progetti di fuoriuscita e le complicazioni. Poi se voi avete delle domande particolari, sono a disposizione.
Io intanto vi dico grazie, non così in maniera formale, ma questa è la seconda volta in dodici anni che vengo ad un Consiglio Comunale, quindi per me è un segno positivo e di questo vi sono grata.